Persone, comunità e ambiente

Persone, comunità e ambiente. O, se si preferisce, giustizia sociale, ambientale e modelli produttivi.

Dalla capacità di tenere insieme questi elementi si gioca la possibilità di realizzare un modello di sviluppo sostenibile.

Questo il senso generale dell’intervista del Consorzio Abele Lavoro a Tito Ammirati, vicepresidente del Consorzio e presidente della cooperativa Arcobaleno.


Buongiorno Tito, la cooperazione B – tutta e in specifico quella torinese – al netto della contingenza determinata dalla pandemia, come sta oggi?

È sempre impegnata a rispondere alle istanze di inclusione e cittadinanza, ma d’altra parte continua a vivere i problemi che da qualche anno la accompagnano. La ragione di questa fragilità è il non essere riusciti a far condividere ai principali stakeholder – la politica, in primo luogo, ma anche tutti gli altri attori locali – la visione di un modello di sviluppo basato su un riequilibrio di risorse. È positivo che si parli di transizione ecologica, di ecologia integrale, di inclusione sociale, ecc. ma soprattutto questo ultimo aspetto è citato in modo formale, senza delinearlo in modo concreto.

Perché questo si verifica?

Non siamo abbastanza presenti nei luoghi dove si decide, non siamo a oggi in grado di influenzare le strategie dei comuni, delle regioni e dello Stato, che così dimenticano le persone svantaggiate. La nostra poca capacità di trasmettere obiettivi collettivi porta ad una mancanza di visione delle istituzioni.

E in cosa si sostanzia tutto ciò?

Ad esempio, negli appalti al massimo ribasso, magari camuffati da offerta economicamente più vantaggiosa, ma di fatto aggiudicati con formule di interpolazioni del prezzo lineari che rendono il prezzo il criterio di fatto determinate. In realtà si tratta di appalti al massimo ribasso.

Questo come si riflette sulle cooperative e in particolare sulle persone inserite?

Da un lato noi siamo pressati dal cercare di dare risposte a persone svantaggiate, ci accorgiamo del dilagare della sofferenza, ma rispondere adeguatamente è difficile nel momento in cui si avverte la pressione del mercato che chiede un livello sempre più alto e con risorse sempre più compresse.

Quali soluzioni proponi

Negli appalti vanno considerate le ricadute sociali. L’attuale modello di sviluppo che crea disuguaglianze. Continua a ricercare risparmi e ignora gli effetti sulle persone. La politica deve riconoscere alla cooperazione sociale il “doppio prodotto”, e quindi anche il lavoro fatto con le persone svantaggiate. Ne è riprova il fatto che quando lavoratori fragili vengono inseriti in imprese ordinarie non riescono a mantenere il lavoro per molto tempo, appunto perché manca l’attenzione e la cura della persona. Tra l’altro oggi gli enti pubblici avrebbero sono strumenti giuridici molto potenti per relazionarsi con le cooperative di inserimento lavorativo, non solo il “vecchio” art. 5 della legge 381/1991, ma anche l’art. 112 del Codice dei Contratti pubblici, che non ha limitazioni relativamente agli importi.

Di cosa ci sarebbe bisogno per affermare maggiormente questa visione nella nostra città?

Le cooperative torinesi hanno bisogno di una legittimazione della politica, del sindacato, delle imprese. È necessario riconoscere e legittimare quello che fa la cooperazione sociale ed è necessario rendersi conto che il lavoro è il punto centrale dei percorsi di reinserimento. Durante il primo lockdown collaborammo con l’università di Siena in una ricerca in cui si chiedeva alle persone “Cosa ti manca di più”. Ebbene, mentre le altre persone rispondevano “il tempo libero”, le persone svantaggiate dicevano “il lavoro”. Per le persone inserite nelle nostre cooperative il lavoro diventa tutto.

E invece a livello di politiche nazionali?

Vi sarebbero molte cose. Ma per citarne solo una, un test di quanto le istituzioni siano capaci di farsi contaminare dalle priorità sociali sarà il PNRR in questo momento in riscrittura. Quanto la cooperazione sociale sarà in grado di porre questi temi alla politica?

Questo relativamente alle criticità nelle relazioni verso l’esterno; e guardando all’interno vedi delle questioni aperte?

Vedo un problema di ricambio generazionale: si fa fatica a costruire percorsi per attrarre giovani che siano al tempo stesso competenti da un punto di vista tecnico e professionale, ma con cui al tempo stesso condividere un progetto culturale e politico di sviluppo alternativo. Questa è una delle priorità.

Cosa si potrebbe fare in proposito?

Sento la necessità di costruire una “Accademia”, un luogo di formazione di eccellenza – una “Bocconi” del non profit – dove si educa il dirigente di domani sia professionalmente sia ai valori. Se non costruiamo un luogo dove possano maturare e crescere i dirigenti non ce la faremo!

In cosa la formazione di questa Accademia farebbe la differenza rispetto ai canali formativi attuali?

Sarebbe diversa nel far maturare una cultura dell’impresa sociale fatta di valori, di esperienze, di condivisione di modelli di sviluppo e cosa che richiede luoghi capaci di trasmettere tutto ciò alle giovani generazioni. Ci sono giovani con alte professionalità, economisti, avvocati, ingegnerei, che però per assumere un ruolo di guida delle nostre imprese devono comprendere le specificità di una cooperativa sociale: devono essere in grado di creare un modello partecipativo, di coinvolgere i soci, di mediare le istanze diverse, e così via.

Qual è la visione che la cooperazione sociale propone?

In una frase: tenere insieme persone, comunità e ambiente. Dobbiamo insistere su sostenibilità durevole che tenga insieme giustizia sociale, ambientale e modelli produttivi: tre aspetti che non possono essere disgiunti. È questo che le cooperative sociali hanno costruito in questi anni. Questo implica per le nostre imprese essere in grado di realizzare un giusto profitto con cui agire a vantaggio dei propri stakeholder. Faccio un esempio relativo alla nostra cooperativa, CasaTO: abbiamo investito risorse consistenti per ristrutturare e rendere energicamente efficiente un vecchio edificio e lo abbiamo reso disponibile a prezzi ragionevoli per i nostri lavoratori (270 euro al mese per camera e cucina) che sono persone che vengono da storie difficili e l’operazione economicamente si tiene in equilibrio. Insomma, abbiamo agito con un’operazione che va a vantaggio di tutti gli stakeholder. È il contrario, per riprendere l’esempio precedente, di un appalto al massimo ribasso che persegue un obiettivo (il risparmio della pubblica amministrazione) facendone pagare il prezzo ad altri stakeholder e in primo luogo, quando sono coinvolte le cooperative di inserimento lavorativo, alle persone più fragili.

Cosa può fare una cooperativa sociale, oltre che praticare in prima persona l’equilibrio tra questi tre elementi, per promuoverli nel proprio territorio?

Nella destinazione delle proprie risorse, va tenuto presente che far maturare questa consapevolezza è parte integrante della propria mission. Per noi significa fare interventi nelle scuole anche se non prevedono alcun corrispettivo, ha significato realizzare due film per parlare ad un pubblico più ampio. Non si tratta solo di inserire al lavoro persone svantaggiate, ma di sviluppare altre azioni culturali e sociali rivolte alla propria comunità. Forse siamo in pochi a farlo, ma questa è la strada da continuare.

Questo è sicuramente un aspetto che vi ha visto protagonisti in questi anni. Vi sono altre direzioni verso cui andare?

Un aspetto che riguarda sia noi che altre cooperative torinesi è lo sviluppo di iniziative di innovazione che coinvolgono tecnologie avanzate, spesso realizzate in collaborazione con università. Le attività che nascono da queste collaborazioni sono assai innovative, anche se ad oggi riescono a garantire solo in modo limitato opportunità di inserimento lavorativo: spesso non sono labour intensive e richiedono competenze che spesso i lavoratori svantaggiati non hanno. D’altra parte, attraggono giovani con profili professionali elevati: ci sono cooperative che hanno biologi, ingegneri, economisti, perché si tratta di attività ad alta intensità tecnologica. La speranza è che si possano formare a valle filiere di lavoro decoroso accessibile ai lavoratori svantaggiati, anche se si tratta di un aspetto ancora da verificare.

Bene siamo in chiusura. Anche se in questo colloquio ci siamo sforzati di non concentrarci sulla pandemia, una domanda in proposito vogliamo fartela e non relativa ai grandi scenari, forse a tutti ignoti, ma su quello che questa situazione sta determinando e determinerà per la tua cooperativa.

Al di là di ogni altro aspetto, penso che una criticità di questa crisi sarà la difficoltà di mantenere la vicinanza con i lavoratori; noi abbiamo investito molto sulle relazioni che sono una potente strategia per costruire percorsi di inclusione e quando diventa impossibile incontrare i propri lavoratori, non si possono attuare le iniziative di partecipazione, i prodotti culturali. E la cura della relazione è quello che ci differenzia dalle altre imprese. Noi facevamo assemblee ogni mese, in cui proponevamo anche ulteriori momenti di coinvolgimento e l’assenza di queste occasioni ci farà nel medio periodo pagare prezzi elevati.

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